AI MARGINI DEL COLLASSO

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AI MARGINI DEL COLLASSO
Photo by mdreza jalali / Unsplash

Per un Santuario della ricerca artistica e culturale come infrastruttura civile

The English version follows at the end of this text

Aggiornamento marzo 2026 — Questo testo ha generato una proposta legislativa concreta. Il documento di proposta e un testo di sintesi è disponibile qui: [doc]. La petizione è qui: [petizione OpenPetition].

Questo testo è un appello ai miei concittadini e alla politica. Chiede di riconoscere l’arte e la cultura viva come infrastruttura civile, come una responsabilità pubblica condivisa. L’arte e la cultura viva non sono spettacolo d’appalto, ma educazione dell’attenzione e igiene della convivenza, un servizio essenziale, non un ornamento. Non chiede consenso, ma obiettività, lungimiranza, visioni comuni. L’arte non è un altare, ma una forma di responsabilità civile, tiene aperto lo spazio in cui una comunità può ancora pensare sé stessa. Che la politica, chiunque la eserciti, assuma come compito pubblico l’ascolto consapevole di ciò che già vive nei territori, in relazione con il mondo; e insieme immagini alla parte migliore di questa terra il suo futuro possibile. E che gli abitanti dei Sud — geografici o simbolici — riconoscano in questo ascolto anche un compito proprio, una forma di presenza e di consapevolezza che precede ogni decisione istituzionale. La consapevolezza non è gesto individuale, ma forma di presenza, un modo di riconoscere ciò che accade sotto la superficie delle cose, di percepire come mutano i legami, gli spazi comuni, le possibilità. È in questa coscienza condivisa, non (solo) nella rivendicazione, ma nell’attenzione, che un territorio ritrova la propria capacità di orientarsi, di generare futuro senza delegare interamente alla politica il compito di immaginarlo.

Il nostro prestigio nasce da un patrimonio smisurato: è doveroso custodirlo, inevitabile che assorba risorse, ma il rischio è che questa forza diventi filtro e occupi l’intera visuale, mentre ciò che vive scivola ai margini. Gli ordini di grandezza parlano chiaro: miliardi scorrono stabilmente verso la tutela del patrimonio, poche decine di milioni raggiungono il contemporaneo, e solo a intermittenza. Procediamo come Orfeo: nel voltarsi al passato, il presente e il futuro si dissolvono. Restaurare non è ricreare: è comprendere la metamorfosi. Pochi giorni fa Una Szeemann mi ha ricordato che Freud teneva sulla scrivania una piccola statua di Janus, il dio dai due volti. Diverso da Orfeo, Giano non si volta: guarda insieme l’origine e il possibile, il rimorso e la promessa. Custodisce la soglia in cui il passato non è nostalgia, ma condizione di un futuro.

Secondo i dati ISTAT 2024, in Italia sono nati il 2,6% in meno di bambini rispetto al 2023; la fecondità è scesa a 1,18 figli per donna, minimo storico. Tra gennaio e luglio 2025 il calo prosegue (-6,3%). Non è solo una crisi demografica: è una crisi del legame. Quando un Paese smette di generare, interrompe la trasmissione dei saperi e la fiducia nel tempo: il terreno civile perde forza rigenerativa. Le radici si assottigliano, le reti di cura si svuotano. Da tempo anche la produzione culturale riduce la sua forza di attrito: non ferisce, non sposta la percezione, troppo spesso si limita a produrre dopamina e consumo. Non interroga, non inventa, conferma il mondo. Rischia di diventare un’estensione cognitiva della connessione digitale, frammento del flusso che unisce corpi e algoritmi in un continuum senza ossigeno.

Specchio

In questo scenario di rarefazione, il Sud è la zona dove le contraddizioni si addensano: età produttive in uscita, reti di cura più fragili, opportunità intermittenti. Il Mezzogiorno non è mancanza, è specchio. Restituisce all’Italia la figura della propria condizione, il modo in cui il tempo la attraversa. In esso oggi si riflette una fragilità non più congiunturale: oltre 2,2 milioni di famiglie e 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta; tra il 2023 e il 2024 il Sud ha perso più di 110 mila residenti per migrazione, soprattutto giovani e competenti. L’Italia, con il 12,3% di lavoratori poveri, è stabilmente sopra la media europea. Il lavoro non garantisce più autosufficienza e l’assenza di progetto contagia il corpo sociale. Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della fondazione Migrantes, negli ultimi vent’anni l’Italia ha perso oltre 817.000 residenti per emigrazione, una diaspora diffusa che conferma quanto la crisi del futuro sia ormai una struttura e non un episodio. La nostra terra non invecchia perché si vive più a lungo, ma perché le generazioni più giovani partono, spesso per non tornare. Sono loro a generare futuro, innovazione, speranza; se restassero terrebbero accese le reti di prossimità e di cura, custodirebbero e trasformerebbero il capitale umano e simbolico. Quando se ne vanno, futuro e figli si spostano con loro, il bilancio demografico si restringe e i territori si desertificano. Il meccanismo è a cascata: pochi anni dopo si spostano anche i nonni — richiamati al Nord o all’estero per accudire nipoti nati lontano. Il territorio perde insieme il futuro e la memoria. Non è soltanto una questione di demografia o di economia: è una sterilizzazione dell’orizzonte, una perdita di direzione, la rassegnazione luttuosa all’idea che il domani possa essere solo una versione più faticosa dell’oggi.

Questo impoverimento attraversa il lavoro, erode la fiducia, contrae la spesa. Non si rinuncia solo al superfluo, ma da anni anche al tempo e alle risorse destinate a ciò che non produce reddito immediato: la cura dei legami, del corpo, della mente. La sanità ne porta i segni più visibili: la spesa cresce, ma il sistema resta in apnea, le attese si allungano, l’assistenza si frantuma, le risposte diventano episodiche. Non è rassegnazione: è un esaurimento di struttura, una stanchezza che attraversa professionisti e cittadini insieme. Redditi bassi, servizi gravosi, tempo comune eroso: la società si fa fragile prima di ammalarsi, la diagnosi è clinica, non metaforica.

Eppure, ciò che chiamiamo “Sud” — non solo geografico, ma esistenziale e simbolico — non è una periferia rassegnata del mondo: è un prisma. È il luogo in cui le fratture appaiono per prime, dove i mutamenti globali non arrivano filtrati ma nudi, e per questo diventano leggibili.

La critica di Serge Latouche ai modelli di crescita infinita ci aiuta a comprendere questo prisma: le città e i territori non collassano soltanto perché poveri, ma perché vengono risignificati come Hyperpolis, organismi ipertrofici in cui tutto — paesaggio, memoria, linguaggi, desideri — diventa merce, superficie, intrattenimento. È la stessa logica che svuota l’arte riducendola a evento, l’architettura a marchio, la cultura a prodotto turistico.

Il mezzogiorno è esattamente il punto in cui la mercificazione diventa visibile come problema, come ferita. È per questo che i Sud non coincidono mai con un deficit. Sono piuttosto luoghi di rivelazione, spazi dove l’erosione del senso appare prima che altrove e, proprio per questo, dove ancora è possibile e più facile riconoscere ciò che resta vivo sotto gli strati del consumo e della narrazione dominante. Le epistemologie dei Sud — africani, mediterranei, latinoamericani — come anche le loro storie, mostrano come le culture collocate “in basso” non siano minori, ma dotate di un vantaggio percettivo, vedono ciò che si spezza nelle strutture, percepiscono le metamorfosi prima che la teoria le nomini.

In queste terre, il nodo non è il turismo in sé, che pure plasma e talvolta distorce, ma il modo in cui ogni forma di produzione viene assorbita dentro una logica di sopravvivenza immediata, dove anche la cultura è costretta a giustificarsi come funzione economica, perdendo quella capacità di orientamento e di cura che dovrebbe precedere qualsiasi mercato. L’arte diventa decorazione, intrattenimento, volano. La ricerca culturale si piega all’utile, la creatività viene consumata come un’esperienza. È lo stesso processo che, nella scienza, riduce la ricerca di base a appendice della sperimentazione applicata: ciò che non produce risultato immediato viene espulso.

Eppure sono proprio questi territori di attraversamento e ferita a custodire ciò che altrove è già stato consumato. Una forma di tensione, una presenza del tempo che non si spegne, una continuità sensibile fra vita e immaginario. Qui la crisi non cancella, mette a nudo ciò che non cede. Quando non si scivola nella retorica dell’identità, si riconosce un’altra misura del mondo: un rapporto meno estrattivo con ciò che esiste, una forma di conoscenza che non si esaurisce nell’uso né nella volontà di renderlo disponibile.

Vivo in Puglia e vivere qui rende palese che siamo in una soglia mediterranea, una presenza osmotica in cui l’Europa incontra ciò che la eccede, passaggi, tempeste, partenze, ritorni mancati, qui le mutazioni non sono astrazioni ma materia ordinaria, i conflitti non sono lontani ma respirano nelle nostre stesse fratture, le antiche rotte fino a quelle solide del Novecento si sono incrinate e il XXI secolo porta con sé la mobilità dell’adattamento, della migrazione, di trasformazioni che precedono sempre la loro narrazione e la rendono insufficiente

Nei modelli climatici elaborati dalla Fondazione CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) non esiste alcun territorio davvero al riparo, il Mediterraneo nel suo insieme è un hotspot della crisi e il Salento ne porta i segni, caldo crescente, stress idrico, coste esposte, un equilibrio che già ora fatica a reggersi, e tuttavia in questa stessa vulnerabilità sopravvivono margini di trasformazione, soprattutto nelle aree collinari e meno urbanizzate, luoghi in cui il paesaggio può ancora essere ripensato senza il peso delle grandi concentrazioni urbane, non sono rifugi garantiti ma soglie in cui le scelte — piantare alberi, ricostruire ombre, rinaturalizzare i suoli, decelerare l’estrazione — producono una forma di tenuta che non è promessa dal clima ma dal gesto.

Intorno a noi circolano immaginari opposti, alcuni provenienti dalle stesse narrazioni tecnologiche che accompagnano la crisi: città-bolla, cupole di raffrescamento artificiale, microclimi iper-tecnologici pensati per pochi, architetture di segregazione climatica in cui la vita sopravvive in una pressione controllata, come se il futuro fosse un’emanazione di dispositivi sigillati; altrove la fantasia della fuga planetaria, l’idea di abbandonare la Terra dopo averla resa inabitabile, una proiezione che porta con sé una forma di resilienza estrattiva, la sopravvivenza come privilegio e non come condizione comune.

E poi c’è un’altra via, più lenta ma anche più radicale, che non alza barriere ma genera condizioni: dare respiro alla terra con nuove piantumazioni, restituire alle città quella cultura dell’ombra che abbiamo dimenticato, rammendare il suolo in profondità, lasciare che il paesaggio torni a trattenere acqua, vento, frescura, ricostruire continuità ecologiche nelle vie urbane, riaprire corridoi vegetali che mitigano il calore, una geografia fatta di gesti che oggi le scienze climatiche chiamano Nature-Based Solutions, e che nel Mediterraneo non sono teoria ma memoria, saperi dell’ombra, del bianco, della ventilazione naturale, dell’interposizione fra luce e presenza, un patrimonio che può rallentare i processi di inaridimento e desertificazione più di quanto facciano infrastrutture costose o tecnologie di isolamento

In questa trama ciò che emerge è la possibilità di una resistenza non violenta, una postura che non si limita ad adattarsi o ad escludersi, ma modifica la relazione stessa con ciò che ci sostiene.

Se un luogo trattiene questa capacità di resistere non basta difenderne il suolo e l’acqua, occorre custodire anche ciò che gli permette di continuare a essere riconoscibile, ciò che gli dà forma nel tempo, una continuità che non coincide con la conservazione ma con il modo in cui un territorio pensa sé stesso. Per questo l’idea di un rifugio, di un santuario dell’arte e della cultura viva, fa riferimento all’idea di una estensione naturale dello stesso principio: un luogo di durata in cui la comunità non si chiude ma si genera, una resistenza non violenta della mente e dei legami, un riparo che non isola ma apre, che protegge non sottraendo ma creando le condizioni della presenza.

In questa convergenza fra clima e cultura non c’è simbolismo, vi è una evidenza antropologica: i territori che scelgono di diventare riparo attraverso alberi, ombra, microclimi e continuità ecologiche sono spesso gli stessi in cui sopravvivono relazioni non assorbite interamente dalla logica estrattiva del presente, e allo stesso modo un santuario dell’arte viva non offre isolamento ma condizioni di pensabilità, di attenzione, di coesione, per questo la salvaguardia ambientale e la salvaguardia dei processi culturali appartengono allo stesso metabolismo, due variazioni dello stesso gesto di cura che trattiene il mondo dal precipitare in pura funzione o in consumo.

La proposta di un Santuario

La proposta è fare della ricerca artistica e culturale un rifugio, un Santuario nel senso più originario e operativo del termine. Proteggere processi, non prodotti, custodire il tempo che genera mondo. Se la povertà diffusa è assenza di progetto, arte e cultura viva sono ciò che ancora consente a una collettività di ritrovare forma. In un tempo in cui il domani sembra prosciugato, investire nella ricerca non funzionale significa proteggere la capacità stessa di definire il necessario.

Sanctuarium deriva da sanctus, ed è ciò che si mette al riparo non per separarlo, ma per restituirlo al mondo. Come i temenoi greci o i lucus precristiani, non è un recinto di immunità ma uno spazio di cura regolata e solidale, reso intangibile per generare bene comune. Applicato all’arte e alla cultura significa proteggere i processi, non i prodotti; riconoscere i gesti della ricerca come sacri, i tempi della riflessione, la relazione fra chi crea e chi accoglie, il dialogo che diventa comunità, infine identità. In fondo ciò che il Santuario protegge non è solo la libertà dei gesti, ma il loro potere generativo.

L’arte, con il suo principio attivo salutogenico, agisce come un callo osseo: ripara la frattura, rinforza l’impalcatura cognitiva. (Ottavio De Clemente)

È questo capitale cognitivo, la capacità collettiva di pensare, discernere, immaginare, che il Santuario difende. In un tempo in cui la percezione è divenuta campo di conquista, preservare la qualità dell’attenzione è un atto politico: il Santuario è, prima di tutto, difesa del pensiero come bene comune. La protezione, qui, non è chiusura ma responsabilità condivisa, un patto di cura del significato, della lucidità e della continuità dello sguardo.

«La cultura viva non studia la pioggia: è pioggia, vento, tempesta» mi ha detto giorni fa Antonio Scarponi. È il suo paradosso e la sua forza: sopravvive persino quando tutto si dissolve, va protetta proprio per non soffocarla.

La trasformazione che qui si auspica non riguarda l’istituzione in sé, ma la postura. Un Santuario non raccoglie reliquie: produce condizioni. Offre il tempo per errare, la densità per pensare, la distanza necessaria per distinguere ciò che vale da ciò che distrae. Non legittima l’arte: la lascia operare.

E in questo senso, il Santuario non è una metafora ideale o spirituale, ma un dispositivo politico concreto: restituisce all’esperienza culturale la sua capacità di incidere sulla vita materiale, sulle forme della convivenza, sulla possibilità stessa di abitare un territorio senza esserne consumati. In questa direzione, la stessa Regione Puglia ha recentemente esplicitato una cornice di welfare culturale che riconosce le pratiche artistiche e culturali come fattori di benessere, salute pubblica e coesione sociale, — una direzione ora confermata a livello nazionale dal Protocollo sulla prescrizione culturale approvato in Conferenza Stato-Regioni nel febbraio 2026 — aprendo uno spazio politicoaprendo uno spazio politico e amministrativo in cui una proposta di Santuario può essere intesa non come eccezione simbolica, ma come infrastruttura di durata, capace di proteggere processi e non soltanto eventi. Proteggere la ricerca significa proteggere il modo in cui un popolo immagina il proprio futuro.

Un Santuario ha il compito proteggere la ricerca proprio dalla tirannia della funzionalità. È il riconoscimento che il “non utile” è in realtà il “pre-utile”: il luogo dove si coltivano intuizioni, forme e sensibilità di un domani non ancora immaginato. È l’opposto dell’effimero: cultura come metabolismo del territorio, come pratica di cura delle ferite sociali e di rigenerazione del tempo collettivo.

Modelli affini hanno preso forma da decenni, in particolare in Europa, da Barcellona a Marsiglia, da Atene a Cassis: spazi pubblici in cui il tempo diventa responsabilità, l’errore parte del metodo, la biografia degli artisti materia di politica urbana e regionale. Non si tratta di imitarli, ma di assumere un criterio: tempo lungo, tutoraggio, valutazione per processi, libertà di pensiero.

Durata

La fragilità non riguarda solo l’arte, ma ogni forma di conoscenza che non promette utilità immediata. Gli artisti, i ricercatori, gli operatori del pensiero vivono nella parte più esposta del lavoro cognitivo, dove la precarietà non è incidente ma struttura. Contratti intermittenti o inesistenti, contribuzioni irregolari, nessuna tutela dell’errore. Quasi metà dell’occupazione culturale italiana è autonoma, ma qui l’autonomia non coincide con libertà: è solitudine amministrata, isolamento istituzionale, assenza di continuità e respiro. Con un lessico novecentesco, sarebbe sotto-proletariato cognitivo.

L’indennità di discontinuità introdotta per lo spettacolo è un segnale, ma resta limitata: protegge chi appartiene a un campo riconosciuto, lasciando fuori la maggior parte di chi produce ricerca viva — artisti visivi, curatori, scrittori, educatori, attivisti, poeti, ricercatori — che generano forme di conoscenza non traducibili in funzione o prodotto immediatamente consumabile.

L’artista vivo non è separato dalla società, ne è lo specchio più fedele. È il lavoratore cognitivo a cui si chiede tutto — capacità di generare senso, innovazione, legami sociali, attenzione, immaginazione — e a cui non si riconosce quasi nulla in termini di continuità, tutela, stabilità, è il working poor per eccellenza. È questa sproporzione strutturale a renderlo una figura rivelatrice: il primo a manifestare la frattura tra ciò che una società richiede e ciò che è disposta a sostenere. Per questo è il canarino nella miniera del lavoro cognitivo, la sua precarietà anticipa quella che, lentamente, risale l’intera catena del valore.

Questi lavoratori della ricerca generano comunità non calcolabili, fuori dai circuiti che trasformano la presenza in traffico e la relazione in dato. La loro azione riapre spazi di prossimità, tempi in cui la conoscenza torna a passare da corpo a corpo. In questa continuità discreta la cultura viva ritrova la propria funzione politica: mantenere aperta la possibilità di un mondo comune.

La fuga

Il nostro Paese, se vuole trattenere e attrarre le generazioni in fuga, deve creare luoghi di durata, non occasioni. A partire non è solo chi cerca reddito, ma chi non trova spazi dove crescere, errare, essere riconosciuto. Negli ultimi dodici anni oltre 550 mila under 35 hanno lasciato l’Italia, e un terzo viene dal Mezzogiorno. Non è solo demografia: è fiducia. A emigrare sono le energie formative e creative che dovrebbero costituire l’ossatura stessa del nostro futuro. La risposta non è la retorica del ritorno, ma la costruzione di sistemi di continuità che rendano abitabile la conoscenza: spazi, tempi, relazioni in cui pensiero e lavoro non siano accessori, ma infrastruttura civile. È in questa direzione che può nascere una vera politica industriale della conoscenza.

Ma una politica della conoscenza non si regge solo sulla continuità: ha bisogno anche di strumenti capaci di rendere visibile ciò che normalmente resta fuori campo. Ad esempio il welfare culturale, in linea con la definizione di salute dell’OMS — intreccia cultura, salute e coesione sociale. Non è animazione: è politica pubblica, perché agisce a monte sui fattori che producono malattia, isolamento, solitudine, conflitto. La letteratura scientifica mostra con chiarezza che la attivazione o partecipazione a pratiche artistiche e culturali riduce isolamento, ansia e depressione, sostiene funzioni cognitive, rafforza i legami intergenerazionali e incide sui determinanti sociali di salute. Le ricerche italiane mostrano che ogni euro investito in cultura come infrastruttura di cura, riduce i costi in sanità, assistenza e protezione sociale. Poi le neuroscienze (Zeki, Chatterjee, Gallese) indicano che l’esperienza estetica sostiene reti di empatia e regola l’attenzione: un’omeostasi mentale che permette di abitare il tempo invece di esserne trascinati.

Questa evidenza ha trovato recentemente riconoscimento istituzionale diretto. Il 5 febbraio 2026 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute sulla prescrizione culturale: la possibilità che medici e operatori sanitari affianchino alle cure tradizionali esperienze artistiche come parte di percorsi di prevenzione, benessere e riabilitazione. La Legge di bilancio 2026 ha istituito contestualmente un Fondo per la cultura terapeutica e la cura sociale. I dati del progetto MINERVA — condotto dal Centro OMS per la Salute Mentale dell’Università di Verona — misurano gli effetti su adulti dopo sole tre visite museali guidate: il distress psicologico scende dal 67% al 56%, i casi di ansia si dimezzano, la quota di persone che dichiara alto benessere sale dal 34% al 50%.

L’evidenza non è solo italiana. Il rapporto OMS del 2019 — la più ampia revisione scientifica mai condotta sul tema — ha analizzato oltre 3000 studi, concludendo che le arti hanno un ruolo diretto nella prevenzione della malattia, nella promozione della salute e nel trattamento di condizioni croniche lungo tutto l’arco della vita. Su questa base, il Jameel Arts & Health Lab (University College London / OMS) ha avviato una serie globale di ricerche pubblicata su The Lancet, focalizzata sulle malattie non trasmissibili e sulla prescrizione artistica come strumento clinico. La prescrizione sociale e culturale è già operativa in oltre trenta paesi: nel Regno Unito il NHS l’ha integrata come componente strutturale del sistema sanitario, con link workers che connettono pazienti a pratiche artistiche e comunitarie. L’Italia, con il Protocollo del febbraio 2026, ha la cornice normativa. Ciò che manca è il dispositivo territoriale che la renda operativa.

Eppure continuiamo a riaprire luoghi recuperati che restano senza progetto: spazi presidiati più che orientati, canoni che scaricano il rischio su associazioni fragili, mentre la parola “polifunzionale” finisce spesso per coincidere con l’assenza di visione (non solo finalità). Nei musei spesso continuano a prevalere logiche di gestione più che di pensiero, la funzione sostituisce la visione, la custodia il progetto, l’istituzione che dovrebbe generare mondo finisce per difendere solo la propria sopravvivenza. Anche gli spazi più curati nella forma rischiano così di diventare dispositivi di custodia simbolica più che luoghi di senso per una comunità.

Strumenti

Gli strumenti per invertire questa deriva esistono: co-programmare e co-progettare sin dal cantiere; legare ogni restauro a un accordo d’uso triennale valutato per processi e non per numero di eventi; vincolare una quota stabile — l’1% — a residenze di ricerca, tutoraggi, legami concreti con scuole, università, biblioteche, sanità pubblica; reinterpretare il “2%” affinché ogni opera sia traccia di ricerca in situ e non semplice decorazione. Non è burocrazia: è orientamento, è creare le condizioni perché il presente possa accadere.

Questa cecità non riguarda solo l’arte, ma attraversa ogni forma di conoscenza. Si privilegia ciò che è applicabile, ciò che promette un ritorno immediato e misurabile, e si prosciuga la ricerca di base che ne è la condizione.

Se per la scienza questo produce impoverimento, per l’arte viva è una forma terminale: essa è ricerca allo stato puro, priva per natura di funzionalità, non offre né prodotto né brevetto, spesso neppure evento. Anche il mecenatismo più illuminato finisce per chiederle una funzione, riqualificare, educare, abbellire, restituire immagine o consenso, costringendola a giustificarsi con gli stessi criteri che la negano.

L’attenzione pubblica non può limitarsi alla sfera istituzionale. La costruzione di un ecosistema culturale richiede una corresponsabilità più ampia, una politica diffusa della cura e della durata. In molti paesi europei questa responsabilità ha preso la forma di fondazioni di comunità, consorzi civici, patti pubblico-privati che non sostituiscono lo Stato, ma ne ampliano la capacità di visione. È un modello in cui cittadini, istituzioni e imprese condividono la stessa intenzione: mantenere vivo il tessuto simbolico e conoscitivo che rende una società abitabile.

Un mecenatismo contemporaneo non caritatevole ma partecipativo: fondi collettivi a favore di processi di ricerca e creazione, sostegni a lungo termine per progetti che intrecciano cultura, salute, educazione, innovazione sociale. Ogni contributo, anche minimo, diventa parte di una rete di fiducia che sostiene ciò che non produce reddito immediato ma genera valore condiviso: competenze, coesione, consapevolezza, vita. Questo tipo di partecipazione non si misura in cifre ma in continuità: nel tempo dedicato, nella responsabilità condivisa, nella capacità di legare le risorse a una visione comune.

Senza strumenti efficaci, anche la politica della conoscenza resta un corridoio senza aria. Alle nuove generazioni non bastano opportunità: servono corridoi d’aria. L’ambiente che le circonda comprime la curiosità in format prevedibili, l’immaginazione in raccomandazioni automatiche.

Oramai è noto a chiunque, l’OMS segnala una crescita costante dei disturbi d’attenzione e dell’ansia legati alla sovraesposizione, un terreno fertile per infinite forme di dipendenza. Aprire alternative significa rimettere i corpi al centro dello scambio: esperienze in presenza, tempi di ascolto, relazioni non standardizzate. È un rallentamento attivo che restituisce al tempo la sua densità. I numeri sono ormai inequivocabili. Il rapporto Censis-Lundbeck (gennaio 2026) documenta che il 74% degli italiani ha avuto esperienze dirette o indirette con problemi di salute mentale. In Italia oltre 700.000 giovani under 25 convivono con disturbi di salute mentale (OCSE); il 49% dei 18–25enni dichiara di aver sofferto di ansia e depressione. Il rapporto MINDex 2025 aggiunge che un terzo dei giovani 18–29 si sente senza scopo, il 40% dichiara che la propria salute mentale ostacola le opportunità di vita, il 26% vede compromessa la propria formazione. Il World Youth Report 2026 delle Nazioni Unite è esplicito: il disagio psicologico dei giovani ha determinanti sociali, educativi, economici — la qualità delle condizioni di vita, le prospettive di futuro, la possibilità di partecipare. La gen-Z (chi è nato fra il 1997 e il 2012) incarna e percepisce la fine di un ciclo storico fondato sul mito del progresso, sull’ideologia del merito, sull’orizzonte lineare del futuro e sul patto, un tempo solido, tra lavoro, conoscenza e dignità. È nata connessa eppure orfana di mondo, esposta a una impotenza diffusa e a una concentrazione inedita di potere economico e cognitivo nelle mani di pochissimi.

È la prima generazione a rivolgere la propria ostilità verso sé stessa più che verso i propri genitori o le generazioni passate. Le stesse tecnologie che promettevano libertà hanno generato delega, dipendenza, imitazione. Siamo scientificamente davanti a un cambiamento epocale dell’essere umano per come lo abbiamo fin qui pensato. Da anni è iniziata una lenta dismissione dell’umano come funzione eccedente. L’intelligenza artificiale, già innervata nel nostro linguaggio, elabora ma non esperisce; le manca la responsabilità affettiva del pensiero, la sua presa sul reale. È su questa soglia che arte e cultura viva devono agire, non come rievocazione dell’umano, ma come sua manutenzione operante, una forma di attivismo politico, una cura del pensare e del sentire che restituisca al mondo la possibilità di essere ancora abitato.

Si dirà che, in politica contino altro: sanità, lavoro, strade. È vero, ma una sanità senza prevenzione sociale, un lavoro senza luoghi di apprendimento, infrastrutture senza una direzione condivisa sono politiche senza respiro.

In questo terreno di fragilità nasce l’esigenza di strumenti che aiutino a leggere ciò che accade prima che accada, che mostrino dove i legami si incrinano e dove potrebbero rinascere.

Prima delle definizioni, i Sud hanno già generato forme di attenzione capaci di percepire la durata, la soglia, la metamorfosi. Gli esempi che posso evocare vengono dalla terra in cui vivo, il Salento e la Puglia. Comi e l’Accademia Salentina hanno fatto della lingua una pratica di convivenza; Vittorio Bodini, Antonio Toma o Ercole Ugo D’Andrea hanno immaginato il Sud come un laboratorio di forma cura e rifiuto; Ezechiele Leandro ha colto nell’opera un ecosistema; Carmelo Bene e Pino Pascali hanno trasformato l’esodo in possibilità; Eugenio Barba ha portato l’origine oltre la geografia; Francesco Matarrese, isola volontaria e non pacificata, ha fatto della sottrazione una dimora, potrei continuare. Ma figure affini emergono in molti Sud, territori-osservatorio per genesi. Ogni Sud custodisce vite capaci di intercettare ciò che cambia prima che il cambiamento si lasci nominare, non sono modelli, sono piuttosto la prova che, in ogni margine, esiste una forma di conoscenza che non coincide con il possesso, ma con la capacità di vedere ciò che inizia.

Il Santuario al quale pensiamo è però anche la casa di tutti quei ricercatori o artisti o attivisti espulsi dai sistemi di appartenenza, vite eccentriche, lente o irriducibili, che altrove non trovano luogo. Aldo Braibanti — biologo, artista, drammaturgo, mirmecologo, poeta — è l’archetipo di ciò che una società può fare a chi eccede i suoi confini. Non si tratta di creare un rifugio identitario, ma un riparo, uno spazio di cura in cui la ricerca possa continuare senza essere compressa da troppa luce, dove ciò che è fragile, marginale o non allineato possa sostare abbastanza a lungo da diventare parte del mondo e di avere la possibilità di immaginarne di nuovi.

In questa risonanza si apre lo spazio di una politica che non si limita a gestire il presente, ma tenta di abitarlo. La responsabilità della politica si riassume in un ascolto costituente: riconoscere ciò che già opera e inserirlo in una visione più ampia. Non moltiplicare eventi, ma costruire durata: una zona in cui l’attenzione collettiva possa sostare, dove la parola incontri i corpi e li riconduca al reale. La cultura non chiede salvezza: chiede di esercitare la propria funzione civile ed esistenziale.

Byung-Chul Han ci ricorda che il vuoto non è privazione ma dimora: una soglia in cui la presenza si raccoglie e torna respirabile. La nostra epoca teme questo spazio saturandolo di stimoli che cancellano ogni scarto, dissolvono ogni intervallo. Abitare il vuoto significa sottrarsi a questa sovrapproduzione logorante, recuperare la possibilità di vedere ciò che ancora resiste sotto il rumore del mondo. Forse la sopravvivenza non dipende dal produrre nuovi significati, ma dal preservare la possibilità stessa di percepire e imparare da ciò che accade. Una comunità che non coltiva questa attenzione, che non cura i propri processi di sguardo e di ascolto, si logora: continua ad amministrarsi, ma non vive più.

Noi, qui, chiediamo solo di poter restare vivi nel tempo, di poter abitare ancora il vuoto che ci tiene in vita.

Lu Negro

uesto testo è stato condiviso con: Andrea Carlino (professore di Storia della medicina, Università di Ginevra) · Ottavio De Clemente (medico, docente di Neuroestetica, Università di Roma Tor Vergata) · Giancarlo Norese (artista, docente all’Accademia di Belle Arti di Firenze, co-fondatore Fondazione Lac o Le Mon) · Cesare Pietroiusti (artista, docente IUAV Venezia e NABA Roma, già Presidente PalaExpo Roma, co-fondatore e presidente Fondazione Lac o Le Mon) · Giorgio Rizzo (professore ordinario di Filosofia, Università del Salento) · Pier Luigi Sacco (economista della cultura, senior advisor UE per “Cultura 3.0”) · Andrea Scardicchio (professore associato di Letteratura italiana contemporanea, Università del Salento, Senatore accademico) · Antonio Scarponi (architetto e designer sociale, fondatore Conceptual Devices, Zurigo) · Una Szeemann (artista e curatrice, CH) · Luigi Tarantino (magistrato di Cassazione) · Lorenzo Vinciguerra (professore ordinario di Filosofia, Università di Bologna, direttore del Centro Internazionale di Studi Spinoziani)

ADDENDUM: crescita senza radicamento

I dati che seguono documentano il paradosso strutturale che attraversa questa analisi: un Mezzogiorno che cresce economicamente e si svuota demograficamente, una Puglia che produce occupazione e perde le generazioni che dovrebbero abitarla.

Gli ultimi dati SVIMEZ 2025, Migrantes 2025 e i più report Istat compongono un quadro netto: l’Italia attraversa una contrazione demografica che non riguarda più solo la natalità, ma l’intera struttura sociale del Paese. La crescita economica recente — soprattutto nel Mezzogiorno — non frena la dispersione del capitale umano. L’economia accelera, la popolazione si ritrae.

Tra 2021 e 2024 il Sud cresce oltre il Centro-Nord, trainato dagli investimenti pubblici: cantieri, infrastrutture, ampliamento dell’occupazione. Ma nello stesso periodo 175.000 giovani meridionali se ne sono andati. Il lavoro generato è spesso povero, temporaneo, con salari reali in calo del 10,2% contro l’8,2% del Nord. Nel Mezzogiorno un lavoratore su tre è lavoratore povero. Il risultato è una dinamica apparentemente paradossale: il Sud produce occupazione ma perde popolazione giovane, qualificata, stabile.

La perdita si traduce in cifre: 8 miliardi di euro l’anno di capitale umano evaporato, 40.000 laureati che si spostano ogni anno al Centro-Nord, 37.000 che emigrano all’estero. Dal 2000 al 2024 il Sud ha bruciato 32 miliardi di investimenti formativi; nello stesso periodo, il Centro-Nord ha accumulato un saldo positivo di 80 miliardi. Una redistribuzione interna che svuota i territori meridionali in favore delle aree metropolitane del Nord e delle principali destinazioni estere.

Nel confronto europeo, la specificità italiana emerge con maggiore evidenza.

La Spagna nel 2023 registra un saldo migratorio esterno di +642.296 persone; il Portogallo mantiene flussi in ingresso capaci di sostenere una popolazione altrimenti in contrazione; la Grecia torna a un lieve saldo positivo.

L’Italia, invece, cresce appena grazie all’immigrazione straniera, mentre la popolazione autoctona diminuisce e i territori si polarizzano.

Focus Puglia

La Puglia presenta una situazione intermedia ma critica.

Il tasso di residenti all’estero è pari al 10–11% della popolazione regionale (Migrantes 2025), con circa 400.000 pugliesi registrati all’AIRE, un valore paragonabile a Veneto e Piemonte in termini assoluti. Tra 2014 e 2024 la regione perde giovani soprattutto nelle fasce 20–34 anni, con un saldo migratorio interno costantemente negativo verso Lombardia ed Emilia-Romagna.

La crescita occupazionale recente, sebbene tangibile, è composta da settori a bassa retribuzione o legati ai cicli brevi degli appalti pubblici. La struttura produttiva mostra reattività (agroindustria, automotive, ICT, Cleantech), ma non abbastanza da generare un ecosistema capace di trattenere competenze. La regione rimane tra le più vulnerabili al rischio di rarefazione demografica, soprattutto nelle aree interne.

Il punto critico non è solo nei numeri, ma nell’intreccio tra economia e vita sociale. La crescita, da sola, non basta: non trattiene, non radica, non crea un orizzonte di permanenza. È qui che si apre la necessità di un’altra visione: territori abitabili, lavoro dignitoso, attrazione e integrazione di nuova popolazione, investimenti continui su scuola, ricerca, cura, cultura, casa. Una politica che torni a pensare la demografia non come un effetto collaterale, ma come la condizione stessa della continuità nazionale.

aggiornamentoNel marzo 2026 una review pubblicata su Nature Reviews Psychology (Fancourt, Stringaris & Sacco) ha identificato 50 meccanismi causali attraverso cui le pratiche artistiche agiscono sulla salute mentale — dalla regolazione emozionale alla neuroplasticità, dalla riduzione dei marcatori neuroinfiammatori al rafforzamento dei legami sociali. Lo studio propone un cambio di paradigma: il concetto di «arts exposome» invita a considerare non il singolo intervento artistico isolato, ma la totalità delle esposizioni artistiche nella vita quotidiana come determinante complessiva della salute mentale — esattamente la logica di questa proposta, che chiede un’infrastruttura permanente, non un progetto. La pubblicazione accompagna il lancio del Centro di Ateneo BACH (Biobehavioral Arts and Culture for Health) dell’Università d’Annunzio, diretto da Pier Luigi Sacco, al quale è stato condiviso questo documento.

ENG

At the Edge of Collapse

The South as a Sanctuary of Living Art

This text is an appeal to citizens and to those who govern. It calls for art and living culture to be recognised as civil infrastructure, as a shared public responsibility. Art and living culture are not entertainment commissioned by tender, but disciplines of attention and hygiene of coexistence, an essential service rather than an ornament. It does not seek agreement, but objectivity, foresight, common visions. Art is not an altar, but a form of civic responsibility: it keeps open the space in which a community can still think itself. Politics — whoever enacts it — should assume as a public task the attentive listening of what already lives in the territories in relation with the world, and imagine with the best part of this land its possible futures. And the inhabitants of the Souths — geographical or symbolic — should recognise in this listening a task of their own, a form of presence and awareness that precedes any institutional decision. Awareness is not an individual gesture, but a form of presence, a way of recognising what lies beneath the surface of things, of perceiving how bonds, shared spaces, possibilities shift. In this shared consciousness — more than in demands alone — a territory recovers its ability to orient itself, to generate a future without delegating entirely to politics the task of imagining it.

Our prestige rises from an immense heritage: it must be safeguarded, and it is inevitable that it absorbs resources, yet the risk is that this strength becomes a filter and occupies the entire field of vision while what lives slides to the margins. The orders of magnitude are clear: billions flow steadily into heritage protection, while only a few tens of millions reach the contemporary, and only intermittently. We proceed like Orpheus: in turning back to the past, the present and future dissolve. To restore is not to recreate: it is to understand metamorphosis. A few days ago Una Szeemann reminded me that Freud kept on his desk a small statue of Janus, the god with two faces. Unlike Orpheus, Janus does not turn back: he looks at origin and possibility together, remorse and promise. He guards the threshold where the past is not nostalgia but condition of the future.

According to ISTAT 2024, Italy saw 2.6% fewer births than in 2023; fertility has fallen to 1.18 children per woman, an all-time low. Between January and July 2025 the decline continues (-6.3%). This is not only a demographic crisis: it is a crisis of connection. When a country stops generating, it interrupts the transmission of knowledge and trust in time: civil soil loses regenerative force. Roots thin, networks of care empty. For years, cultural production too has reduced its force of friction: it no longer wounds, no longer shifts perception; too often it merely produces dopamine and consumption. It does not question, does not invent; it confirms the world. It risks becoming a cognitive extension of digital connection, a fragment of the flow that merges bodies and algorithms into a continuum without oxygen.

Mirror

In this landscape of rarefaction, the South is the zone where contradictions thicken: productive ages leaving, fragile care networks, intermittent opportunities. The Mezzogiorno is not lack but mirror. It reflects Italy back to itself, the way time passes through it. Today it reflects a fragility that is no longer cyclical: over 2.2 million households and 5.7 million individuals live in absolute poverty; between 2023 and 2024 the South lost more than 110,000 residents to migration, mostly young and skilled. With 12.3% of workers poor, Italy stands well above the European average. Work no longer guarantees autonomy, and the absence of project infects the social body. According to the 2025 Migrantes Report, Italy has lost more than 817,000 residents to emigration over the past twenty years — a dispersed diaspora confirming that the crisis of the future has become structure, not episode. Our land ages not because life lengthens but because the young depart, often without return. They generate future, innovation, hope; if they stayed, they would sustain proximity and care, guard and transform human and symbolic capital. When they leave, future and children leave with them; demographic balance shrinks, territories empty. This is not only demography or economy: it is a sterilisation of horizon, a loss of direction, a mourning resignation to the idea that tomorrow may be only a harsher version of today.

This impoverishment passes through work, erodes trust, contracts spending. It is not only the superfluous that is renounced, but for years also the time and resources devoted to what does not yield immediate income: the care of bonds, of the body, of the mind. Health bears the most visible signs: spending rises, but the system remains in apnea, waiting times lengthen, assistance fragments, responses become episodic. It is not resignation: it is structural exhaustion, a fatigue that crosses professionals and citizens alike. Low income, burdensome services, diminished shared time: society weakens before it falls ill; the diagnosis is clinical, not metaphorical. And yet what we call “South” — geographical, existential, symbolic — is not a resigned periphery but a prism. It is where fractures appear first, where global shifts arrive unfiltered and therefore legible.

Latouche’s critique of unlimited growth helps us read this prism: cities and territories collapse not only through poverty but when recast as Hyperpolis, hypertrophic organisms where everything — landscape, memory, language, desire — becomes commodity, surface, entertainment. The same logic empties art into event, architecture into brand, culture into tourist product. The Mezzogiorno is precisely where commodification becomes visible as wound. This is why Souths are never mere deficits; they are places of revelation, where erosion appears before becoming narrative, where what remains alive still finds space beneath the debris of consumption and dominant storytelling. The epistemologies of the Souths — African, Mediterranean, Latin American — and their histories show that cultures placed “below” are not minor but perceptively advantaged: they see where structures crack, sense metamorphoses before theory names them.

Living in Puglia makes it evident that we inhabit a Mediterranean threshold, an osmotic presence where Europe meets what exceeds it, crossings, tempests, departures, returns that never quite return. Here, mutations are not abstractions but ordinary matter, conflicts are not distant but breathe within our fractures; the ancient routes, even those made solid through the twentieth century, have cracked, and the twenty-first brings with it the mobility of adaptation, of migration, of transformations that always precede their own narration and render it insufficient.

In the climate models developed by the CMCC Foundation (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), no territory is truly sheltered: the Mediterranean as a whole is a hotspot of the crisis, and Salento carries its signs — rising heat, water stress, exposed coastlines, a balance already struggling to hold. And yet in this same vulnerability survive margins of transformation, especially in hilly or less urbanised areas, places where the landscape can still be rethought without the weight of dense metropolitan concentrations. These are not guaranteed refuges but thresholds in which choices — planting trees, reconstructing shade, rewilding soils, decelerating extraction — create a form of endurance not promised by climate but generated by gesture.

Around us circulate opposing imaginaries, some born from the very technological narratives that accompany the crisis: bubble-cities, domes of artificial cooling, hyper-technological microclimates designed for the few, architectures of climatic segregation in which life persists under controlled pressure, as if the future were the emanation of sealed devices; elsewhere, the fantasy of planetary escape, the idea of abandoning Earth after having rendered it uninhabitable, a projection that carries with it a form of extractive resilience — survival as privilege rather than shared condition.

And then there is another path, slower yet more radical, one that raises no walls but generates conditions: giving the land breath through new plantings, returning to the cities that culture of shade we have forgotten, mending the soil in depth, allowing the landscape to retain water, wind, coolness again, reconstructing ecological continuities within urban streets, reopening vegetative corridors that soften heat. A geography of gestures that climate science today names Nature-Based Solutions, and which in the Mediterranean are not theory but memory — knowledges of shade, of whiteness, of natural ventilation, of the subtle interposition between light and presence — an inheritance capable of slowing aridification and desertification more effectively than costly infrastructures or technologies of insulation.

Within this weave emerges the possibility of a non-violent resistance, a posture that does not simply adapt or retreat but alters the very relationship with what sustains us.

If a place retains this capacity for endurance, it is not enough to protect its soil and water; one must also safeguard what allows it to remain recognisable, what grants it form across time — a continuity that does not coincide with preservation but with the way a territory thinks itself. This is why the notion of a refuge, a sanctuary of art and living culture, refers to an extension of the same principle: a place of duration in which the community does not close but generates itself, a non-violent resistance of mind and of bonds, a shelter that does not isolate but opens, that protects not by withdrawal but by creating conditions for presence.

In this convergence between climate and culture there is no symbolism but anthropological evidence: the territories that choose to become refuge through trees, shade, microclimates, and ecological continuities are often the same in which relationships survive that are not fully absorbed by the extractive logic of the present; and likewise, a sanctuary of living art does not offer isolation but conditions for thought, for attention, for cohesion. Environmental safeguarding and the safeguarding of cultural processes thus belong to the same metabolism — two variations of the same gesture of care that holds the world back from collapsing into mere function or consumption.

The proposal of a Sanctuary

The proposal is to make artistic and cultural research a refuge, a Sanctuary in the most original and operative sense of the term: to protect processes rather than products, to safeguard the time that generates a world. If widespread poverty is the absence of a project, then art and living culture are what still allow a collectivity to recover form. At a time when tomorrow feels drained, investing in non-functional research means defending the very capacity to define what is necessary.

Sanctuarium derives from sanctus: it is what is set apart not to remove it from the world, but to return it to the world. Like the Greek temenoi or the pre-Christian lucus, it is not a perimeter of immunity but a space of regulated and shared care, rendered intangible to produce common good. Applied to art and culture, it means protecting processes rather than products; acknowledging the gestures of research as sacred, the tempos of reflection, the relation between those who create and those who receive, the dialogue that becomes community and, eventually, identity. What the Sanctuary protects is not only the freedom of gestures but their generative force.

Art, with its salutogenic active principle, acts like a callus on bone: it repairs the fracture, strengthens the cognitive scaffolding. (Ottavio De Clemente)

It is this cognitive capital — the collective capacity to think, discern, imagine — that the Sanctuary defends. In a time when perception has become a field of conquest, preserving the quality of attention is a political act: the Sanctuary is, above all, a defence of thought as a common good. Protection here is not enclosure but shared responsibility, a pact to care for meaning, clarity, and the continuity of vision.

“Living culture does not study the rain: it is rain, wind, storm,” Antonio Scarponi told me days ago. This is its paradox and its strength: it survives even when everything dissolves; it must be protected precisely to avoid suffocating it.

The transformation envisioned here does not concern the institution as such, but its posture. A Sanctuary does not collect relics: it produces conditions. It offers the time in which to err, the density in which to think, the distance needed to distinguish what matters from what distracts. It does not legitimise art: it allows art to operate.

And in this sense, the Sanctuary is not a spiritual metaphor but a political device: it restores to cultural experience its ability to act upon material life, upon the forms of coexistence, upon the very possibility of inhabiting a territory without being consumed by it. In this broader landscape of cultural policy, the Region of Puglia has recently articulated a cultural welfare framework that recognises artistic and cultural practices as key determinants of wellbeing, public health and social cohesion. This recognition opens a political and administrative space in which the idea of a Sanctuary can be understood not merely as a symbolic exception, but as an enduring infrastructure that protects processes and nurtures conditions for collective creative life. To protect research is to protect the way a people imagines its own future.

A Sanctuary must protect research precisely from the tyranny of functionality. It is the recognition that the non-useful is in fact the pre-useful: the place where intuitions, forms, and sensitivities of a not-yet-imagined tomorrow are cultivated. It is the opposite of the ephemeral: culture as territorial metabolism, as a practice of tending to social wounds and regenerating collective time.

Affined models have taken shape for decades, especially in Europe — from Barcelona to Marseille, from Athens to Cassis — public spaces where time becomes responsibility, where error is part of the method, where the biographies of artists become material for urban and regional politics. The point is not to imitate them, but to assume a criterion: long time, mentorship, evaluation through processes, freedom of thought.

Duration

Fragility concerns not only art, but every form of knowledge that does not promise immediate utility. Artists, researchers, and workers of thought inhabit the most exposed zone of cognitive labour, where precarity is not an accident but a structure. Intermittent or non-existent contracts, irregular contributions, no protection for error. Nearly half of Italy’s cultural workforce is self-employed, yet autonomy here does not coincide with freedom: it is administered solitude, institutional isolation, a lack of continuity and breath. With a twentieth-century lexicon, one could call it a cognitive underclass.

The newly introduced discontinuity allowance for the performing arts is a signal, but it remains limited: it protects those belonging to a recognised sector while leaving out the vast majority of those who produce living research — visual artists, curators, writers, educators, activists, poets, researchers — whose forms of knowledge cannot be converted into immediate function or consumable product.

The living artist is not separate from society; they are its most faithful mirror. They are the cognitive worker asked to provide everything — meaning, innovation, social bonds, attention, imagination — yet given almost nothing in terms of continuity, protection, stability. They are the working poor par excellence. This structural disproportionality makes the artist a revealing figure: the first to manifest the fracture between what a society demands and what it is willing to sustain. They are the canary in the mine of cognitive labour; their precarity anticipates what slowly ascends the entire value chain.

These workers of research generate communities that cannot be quantified, outside circuits that convert presence into traffic and relation into data. Their action reopens spaces of proximity, times in which knowledge returns to circulating from body to body. In this discreet continuity, living culture rediscovers its political function: keeping open the possibility of a common world.

The Flight

If our country wishes to retain and attract the generations in flight, it must create places of duration, not occasions. Those who leave are not only seeking income; they are seeking spaces in which to grow, to err, to be recognised. In the past twelve years, more than 550,000 Italians under 35 have left the country, and one-third of them come from the Mezzogiorno. This is not only demography; it is trust. Those who emigrate are the formative and creative energies that should constitute the very backbone of our future. The answer is not the rhetoric of return, but the construction of systems of continuity that make knowledge inhabitable: spaces, times, and relations in which thought and labour are not accessories but civil infrastructure. It is in this direction that a true industrial policy of knowledge can emerge.

But a policy of knowledge cannot rely on continuity alone; it also needs instruments that make visible what normally remains outside the frame. Cultural welfare, for example, aligned with the WHO’s definition of health, weaves together culture, health, and social cohesion. It is not animation; it is public policy, because it intervenes upstream on the factors that generate illness, isolation, loneliness, conflict. Scientific literature is clear: engaging in artistic and cultural practices reduces isolation, anxiety, and depression, supports cognitive functions, strengthens intergenerational ties, and impacts the social determinants of health. Italian studies show that every euro invested in culture as a care infrastructure reduces costs in healthcare, assistance, and social protection. Meanwhile, neurosciences (Zeki, Chatterjee, Gallese) indicate that aesthetic experience supports networks of empathy and regulates attention: a mental homeostasis that allows one to inhabit time instead of being swept away by it.

And yet we continue reopening restored spaces that remain without a project: places supervised rather than oriented, rents that offload risk onto fragile associations, while the word “multi-purpose” often ends up meaning an absence of vision (not only of purpose). In museums, managerial logics still prevail over thought; function replaces vision, custody replaces project. Institutions that should generate world end up defending only their own survival. Even the most carefully designed spaces risk becoming devices of symbolic custodianship rather than places of meaning for a community.

Instruments

The tools to reverse this drift already exist: co-programming and co-designing from the construction site onward; linking every restoration to a three-year usage agreement evaluated by processes rather than by the number of events; allocating a stable quota — 1% — to research residencies, mentorships, and concrete ties with schools, universities, libraries, public health; reinterpreting the “2%” rule so that every artwork becomes a trace of in-situ research rather than mere decoration. This is not bureaucracy; it is orientation, the creation of conditions for the present to take place.

This blindness does not concern art alone but traverses every form of knowledge. What is privileged is what is applicable, what promises immediate and measurable return, while the basic research that makes such returns possible is drained away.

If this produces impoverishment in science, for living art it is terminal: it is research in its purest state, naturally devoid of functionality, offering neither product nor patent, often not even an event. Even the most enlightened patronage ends up demanding function — revitalise, educate, embellish, return image or consensus — forcing art to justify itself with the very criteria that negate it.

Public attention cannot remain confined to institutional spheres. Building a cultural ecosystem requires broader co-responsibility, a diffuse politics of care and duration. In many European countries, this responsibility has taken the form of community foundations, civic consortia, public-private pacts that do not replace the State but expand its capacity for vision. It is a model in which citizens, institutions, and enterprises share the same intention: keeping alive the symbolic and cognitive fabric that makes a society inhabitable.

A contemporary form of patronage that is not charitable but participatory: collective funds for research and creation processes, long-term support for projects that weave together culture, health, education, and social innovation. Every contribution, even the smallest, becomes part of a network of trust that sustains what does not produce immediate income but generates shared value — competence, cohesion, awareness, life. This form of participation is not measured in figures but in continuity: in the time dedicated, in the responsibility shared, in the capacity to bind resources to a common vision.

Without effective tools, even a knowledge policy becomes a corridor without air. Opportunities are not enough for younger generations; they need corridors of breath. The surrounding environment compresses curiosity into predictable formats, imagination into automatic recommendations.

We now know, beyond doubt, that the WHO reports a constant rise in attention disorders and anxiety linked to overexposure, a fertile terrain for endless forms of dependence. Opening alternatives means placing bodies once again at the centre of exchange: in-person experiences, times of listening, non-standardised relations. It is an active deceleration that restores density to time. Generation Z (those born between 1997 and 2012) embodies and perceives the end of a historical cycle founded on the myth of progress, the ideology of merit, the linear horizon of the future, and the once-solid pact between labour, knowledge, and dignity. It is a generation born connected and yet orphaned of world, exposed to a diffuse impotence and to an unprecedented concentration of economic and cognitive power in the hands of very few.

It is the first generation to turn its hostility toward itself rather than toward its parents or previous generations. The same technologies that promised freedom have generated delegation, dependence, imitation. We stand scientifically before an epochal shift in what it means to be human. For years now, a slow dismantling of the human as an exceeding function has been underway. Artificial intelligence, already threaded through our language, computes but does not experience; it lacks the affective responsibility of thought, its grasp on the real. It is on this threshold that living art and culture must act — not as a revival of the human but as its ongoing maintenance, a form of political activism, a care of thinking and sensing that restores to the world the possibility of still being inhabited.

One might say politics ought to concern itself with other matters — healthcare, labour, infrastructure. This is true, but healthcare without social prevention, labour without spaces of learning, infrastructure without a shared direction are policies without breath.

In this terrain of fragility arises the need for tools that help us read what is happening before it happens, that reveal where bonds are cracking and where they might be reborn. Before definitions, the Souths have already generated forms of attention able to perceive duration, threshold, metamorphosis. The examples I evoke come from the land in which I live, Salento and Puglia. Comi and the Accademia Salentina made language a practice of shared life; Vittorio Bodini, Antonio Toma, and Ercole Ugo D’Andrea imagined the South as a laboratory of form, care, and refusal; Ezechiele Leandro perceived an ecosystem in the work; Carmelo Bene and Pino Pascali transformed exodus into possibility; Eugenio Barba carried origins beyond geography; Francesco Matarrese — an unpacified, voluntary island — made withdrawal a dwelling. I could continue. Similar figures emerge across many Souths, territories-observatories for genesis. Every South shelters lives capable of intercepting what is changing before change allows itself to be named. They are not models but proofs that, in every margin, there exists a form of knowledge that does not coincide with possession but with the capacity to see what begins.

The Sanctuary we imagine is also the house of all those researchers, artists, activists expelled from their systems of belonging — eccentric, slow, or irreducible lives that find no place elsewhere. It is not a matter of creating an identity refuge but a shelter, a space of care in which research can continue without being scorched by too much light, where what is fragile, marginal, or unaligned may dwell long enough to become part of the world and to imagine new ones.

In this resonance opens the space of a politics that does not merely manage the present but attempts to inhabit it.

The responsibility of politics is distilled into a constituent listening: recognising what already operates and situating it within a broader vision. Not multiplying events but building duration — a zone where collective attention may rest, where words meet bodies and draw them back to the real. Culture does not ask for salvation; it asks to exercise its civil and existential function.

Byung-Chul Han reminds us that emptiness is not deprivation but dwelling — a threshold where presence gathers and becomes breathable again. Our era fears this space, saturating it with stimuli that erase every gap, dissolve every interval. To inhabit emptiness is to resist this exhausting overproduction, to recover the capacity to perceive what still endures beneath the noise of the world. Survival may not depend on producing new meanings but on preserving the very possibility of perceiving and learning from what happens. A community that does not cultivate this attention, that does not tend to its processes of looking and listening, decays: it continues to administer itself but no longer lives.

Here, we ask only to remain alive in time, to inhabit still the emptiness that keeps us alive.

addendum

The latest SVIMEZ 2025 data, the Migrantes 2025 report, and the most recent ISTAT findings compose a stark picture: Italy is undergoing a demographic contraction that no longer concerns only births but the entire social structure of the country. Recent economic growth — especially in the Mezzogiorno — does not slow the dispersion of human capital. The economy accelerates; the population retreats.

Between 2021 and 2024, the South grew faster than the Centre-North, driven by public investment: construction sites, infrastructure, expanded employment. Yet in the same period, 175,000 Southern youths left. The jobs created are often low-paid, temporary, tied to short public-procurement cycles, with real wages decreasing by 10.2% in the South compared to 8.2% in the North. In the Mezzogiorno, one out of three workers is a working poor. The result is an apparently paradoxical dynamic: the South generates employment but loses its young, qualified, stable population.

The loss translates into figures: 8 billion euros of human capital evaporated each year; 40,000 graduates moving annually to the Centre-North; 37,000 emigrating abroad. From 2000 to 2024, the South has burned through 32 billion euros in formative investment; during the same period, the Centre-North accumulated a positive balance of 80 billion. It is an internal redistribution that empties Southern territories in favour of metropolitan areas of the North and major international destinations.

In the European comparison, Italy’s specificity becomes even more evident.

Spain in 2023 recorded a net external migratory balance of +642,296 people; Portugal maintains inflows capable of supporting an otherwise contracting population; Greece has returned to a slight positive balance.

Italy, instead, grows only marginally due to foreign immigration, while the native population declines and territories polarise.

Focus on Puglia

Puglia occupies an intermediate yet critical position.

The percentage of residents living abroad equals 10–11% of the regional population (Migrantes 2025), with around 400,000 Apulians registered with AIRE — figures comparable in absolute terms to Veneto and Piedmont. Between 2014 and 2024, the region has lost young people mainly in the 20–34 age bracket, with a consistently negative internal migratory balance toward Lombardy and Emilia-Romagna.

Recent employment growth, while tangible, is largely composed of low-wage sectors or short-term cycles tied to public procurement. The productive structure shows pockets of dynamism (agro-industry, automotive, ICT, cleantech), but not enough to generate an ecosystem capable of retaining skilled workers. The region remains among the most vulnerable to demographic rarefaction, particularly in inland areas.

The critical point lies not only in the numbers but in the interweaving of economy and social life. Growth alone does not anchor people; it does not root communities; it does not create a horizon of permanence. What is needed is a different vision: habitable territories, dignified work, attraction and integration of new populations, continuous investment in education, research, care, culture, housing. A policy that once again conceives demography not as a collateral effect but as the condition for national continuity.

Lu Negro